Ftalati

Cosa sono gli ftalati?

Gli ftalati sono esteri dell'acido ftalico, ottenuti per esterificazione dell'anidride ftalica ed un alcol. Gli ftalati più comuni sono il diisodecilftalato (DIDP), il diisononilftalato (DINP), il benzilbutilftalato (BBzP), e soprattutto il di-2-etilesilftalato (o diottilftalato, DEHP). FtalatiA temperatura ambiente gli ftalati si presentano come un liquido incolore, inodore, viscoso e poco volatile.

Applicazioni degli ftalati

Gli ftalati trovano largo impiego nell'industria delle materie plastiche ed il loro ruolo è fondamentalmente quello di "agenti plastificanti", in quanto la loro integrazione al polimero migliora sia la flessibilità che la modellabilità del prodotto finito.
Il PVC è la principale materia plastica (in termini di volume di produzione) in cui vengono aggiunti gli ftalati; in particolare, il benzibutilftalato (presente nel PVC espanso) ed il di-2-etilesilftalato (un estere tra acido ftalico e 2-etilesanolo impiegato principalmente nella costituzione del PVC normale) rappresentano la stragrande maggioranza dell'utilizzo degli ftalati nell'industria di plastificazione.
Addizionando gli ftalati al PVC si ottiene un effetto lubrificante tra le molecole del polimero stesso, le quali riescono a scorrere le une sulle altre incrementando sia la morbidezza che la plasmabilità del prodotto anche a basse temperature.
Ftalati ottenuti per esterificazione ad alcoli leggeri sono invece utilizzati come solventi nei profumi o nei pesticidi, mentre altri ftalati trovano uso frequente nella preparazione degli smalti per unghie, degli adesivi, delle vernici e dei cibi.

Tossicità degli ftalati

Iniziamo col precisare che la contaminazione alimentare da ftalati è assolutamente inevitabile ma, a dispetto degli allarmisti, nell'uomo non è ancora stato dimostrato che determinino sterilità o peggio il cancro. Si tratta di molecole estremamente facili da disperdere, tanto che tracce di ftalati sono state identificate in Himalaya o nelle isole dell'oceano Pacifico, luoghi proabilmente raggiunti da acque piovane condensate in nubi e contaminate altrove.
Gli ftalati, come anche il bisfenolo, rappresentano un gruppo di molecole la cui applicazione industriale è stata estremamente contestata dagli enti di controllo igienico; infatti, dagli anni '70 (decennio in cui sono stati divulgati i risultati di molte indagini) l'uso degli ftalati è stato associato a numerosi effetti collaterali e relative complicanze.
Il primo effetto collaterale imputato agli ftalati è stato il potenziale di "femminilizzazione" verso i neonati maschi; pare che nelle cavie gli ftalati imitino quasi perfettamente l'azione estrogenica a livello SISTEMICO determinando un disturbo più o meno significativo (probabilmente dose-dipendente) nello sviluppo dei genitali e nella maturazione dei testicoli.
Non solo, questi studi hanno documentato molti altri effetti indesiderati imputabili alla somministrazione di ftalati; tra di questi ricordiamo:

Come si potrebbe facilmente intuire, risultati del genere dovrebbero detrminare l'abolizione dell'impiego di ftalati, se non fosse che altre sperimentali analoghe condotte sui primati NON hanno evidenziato alcuna complicazione a carico dei testicoli dei soggetti maschi né tantomeno hanno confermato il potenziale di cancerogensi. Ovviamente, l'esito di questi studi ha messo nuovamente in discussione la probabile (o improbabile) tossicità degli ftalati per l'uomo.
Gli ftalati sono molecole scarsamente solubili ma soprattutto biodegradabili; la loro decomposizione è piuttosto rapida e pur rappresentando una componente inquinante pressochè ubiquitaria, nemmeno gli studi di approfondimento sulla fauna delle zone più a rischio hanno fornito elementi utili a giustificare l'abolizione industriale dell'uso di ftalati.
Gli ultimi studi provengono dalla Danimarca, dove un'equipe di specialisti ha confermato l'innoquità degli ftalati a dosi di 500mg/die (mezzo grammo); se consideriamo che mediamente nell'arco di una vita l'essere umano ne introduce una dose <10g (meno di un cucchiaio), è possibile cocludere che si tratti di un gruppo di molecole pressochè innocue.


Bibliografia:

  • Tomonari et al, The Toxicologist, 2003