Encefalopatia di Wernicke: che cos’è?

Le encefalopatie rientrano in un gruppo particolare di patologie, caratterizzate da un'alterazione strutturale e funzionale del cervello.

I vari tipi di encefalopatia differiscono tra loro per le cause scatenanti – alle quali di solito devono i loro nomi – per la sintomatologia, per le complicazioni, per il trattamento e per la prognosi.

Congenita o acquisita, un'encefalopatia può durare tutta la vita (encefalopatia permanente) oppure può presentare un margine più o meno importante di guarigione (encefalopatia temporanea).

Una forma di encefalopatia a carattere solitamente temporaneo, conseguente alla carenza o peggio ancora all'esaurimento delle riserve di vitamina B1 (o tiamina), è la cosiddetta encefalopatia di Wernicke o malattia di Wernicke.

A provocare, nell'uomo, una carenza di vitamina B1 tale da generare un'alterazione a livello cerebrale sono principalmente due condizioni: l'alcolismo grave, poiché si accompagna in genere a un deficitario apporto di nutrienti, e la malnutrizione cronica dovuta alla mancanza di cibo.

ALTRI FATTORI DI RISCHIO

Oltre all'alcolismo e alla malnutrizione cronica, possono incidere sulla comparsa dell'encefalopatia di Wernicke anche altri fattori, quali:

ORIGINE DEL NOME

L'encefalopatia di Wernicke deve il suo nome a un neurologo tedesco, di nome Carl Wernicke, che la identificò nel 1881.

Le scoperte di Wernicke in merito alla malattia furono parziali; infatti, il ruolo cruciale giocato dalla tiamina e dalla sua carenza fu riconosciuto soltanto nel 1930.

EPIDEMIOLOGIA

I dati relativi alla diffusione dell'encefalopatia di Wernicke sono alquanto limitati.
Ciò si deve a diversi motivi, uno dei quali è sicuramente il carattere talvolta asintomatico della malattia.

Secondo alcune indagine, lo 0,8-2,8% delle autopsie svolte sulla popolazione generale porterebbe alla luce la presenza dell'encefalopatia di Wernicke. Tuttavia, si tratta di un statistica poco attendibile, perché non tutte le persone decedute vengono sottoposte ad autopsia.

Infine, in base ad altre ricerche, si ritiene che l'uomo sia maggiormente a rischio della donna.

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