Lampade abbronzanti e tumori cutanei

Ormai è noto che un'esposizione al sole incauta e senza precauzioni può favorire l'insorgenza di tumori maligni della pelle come il melanoma, il carcinoma spinocellulare ed il carcinoma basocellulare.

Nel 2009, l'Organizzazione Mondiale della Sanità ha pubblicato un'evidenza scientifica, ottenuta sulla base di una casistica internazionale, che identifica l'intero spettro ultravioletto come agente cancerogeno di classe 1 (cioè quella di massimo rischio) per gli esseri umani. Sulla base di questi risultati, quindi, anche l'abbronzatura con radiazioni UV artificiali, ottenuta con lampade o lettini solari, aumenta il rischio di sviluppare un tumore cutaneo.

Dal 2011, in Italia, un decreto ministeriale vieta l'uso di dispositivi abbronzanti ai minori di 18 anni, alle donne in stato di gravidanza, a chi ha sviluppato in precedenza una forma tumorale ed a coloro che hanno pelle chiara e non si abbronzano o si scottano facilmente con l'esposizione al sole.

L'eccesso è sempre negativo

Nonostante i dispositivi per ottenere l'abbronzatura artificiale siano di diverso tipo, l'intensità degli UV emessi può risultare fino a 10-15 volte superiore a quella del sole di mezzogiorno alle nostre latitudini. Se consideriamo la stessa unità di tempo, quindi, la dose di radiazioni ultraviolette artificiali ricevute dalla pelle durante una tipica seduta abbronzante è notevolmente più intensa rispetto a quella di un'esposizione alla luce del sole.

Chiaramente, i rischi di sviluppare un tumore cutaneo aumenta in maniera significativa con l'aumentare del numero di sessioni abbronzanti e se il ricorso ai lettini solari comincia prima dei 30 anni di età.

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